White Flower - Capitolo 28 - Cieca

Categoria White Flower - FanFic • Pubblicato Domenica 11 Novembre 2012 alle ore 20:20


Il ringhio di entrambi faceva vibrare il terreno.

Il lupo grigio si ergeva interamente, maestoso.

Mi sembrava più alto, probabilmente voleva far valere ancora di più questo vantaggio sull’avversario.

L’altro, quello rame scurissimo, aveva il muso teso a sforare il terreno, talmente era inarcato verso il primo, molto più aggressivo.

Molto più minaccioso.

Senza alcun dubbio era Jared.

Li passai in rassegna rapidamente, cercando ferite, segni lasciati da quella lotta sconsiderata.

Qualche graffio, apparentemente piccolo, non vidi altro.

Speravo solo che le proporzioni dei danni restassero tali dopo il ritorno alla forma umana.

“Come ti senti?”

Emily, scusa.

“Preoccupata, attratta.”

Risposi d’un fiato.

Sincera.

Sentii la sua mano delicata sulla spalla.

“Li hai riconosciuti tesoro?”

“Jared  è quello bruno.” arrossii per le domande dirette, ma senza timore di aver sbagliato.

“Sapevo che li avresti distinti subito. Fatti vedere. E stai tranquilla, non ti attaccheranno.”

Lo so.

Cambia la forma, la sostanza è la stessa.

Sono comunque loro.

Mi appoggiai alla corteccia ruvida, staccandola un po’ con la punta delle dita.

Maledetto nervosismo.

Continuavano a ringhiarsi addosso muovendosi in circolo, fluidi, melodiosi.

Feci due passi veloci, poi rallentai.

Tre.

Quattro.

Embry mi vide immediatamente e si sedette composto a fissarmi.

Il suo fare bellicoso cessò all’istante.

Jared non guardò.

Aveva scorto il chiaro cambiamento dell’avversario,ma sicuramente non voleva distogliere lo sguardo, abbassare la guardia.

Farsi cogliere di sorpresa era fuori discussione.

Annusò l’aria.

Due volte.

Solo quando fu certo della mia presenza distese le zampe davanti, tendendosi fiero, e si voltò per cercarmi.

Quegli occhi…

Istintivamente mi avvicinai a lui.

Dovevo toccarlo.

Imponente e bellissimo come sempre, anche da lupo.

Camminavo col braccio teso verso il suo muso, ero la falena, lui la luce.

Avvertii Embry uggiolare.

Si era accucciato del tutto, e osservava la scena ad orecchie basse.

Mi bloccai, incerta.

Jared emise un rantolo sommesso, arrabbiato, dispiaciuto..

Tre zampate al terreno ed era a pochi centimetri da me.

Abbassò la testa puntandomi.

Uno sguardo di dolce rimprovero.

Scusami, scusa.

Non volevo.

Si sporse e mi accarezzò il viso col muso.

Un enorme tenero lupo.

“Kim.”

Trasalii.

Sentire la voce di Embry era del tutto inaspettato.

Jared contrasse i muscoli, ma rimase incollato a me.

Girai appena gli occhi verso il suono nuovo.

Torso nudo e piedi scalzi.

Qualche graffio sulle braccia, uno più grosso sul fianco.

Il naso era gonfio.

Solo i vecchi pantaloncini stracciati addosso.

Embry si era ritrasformato.

“Kim devo chiederti di ascoltarmi.”

La stupenda fiera al mio fianco vibrò nervosa.

Un ringhio furibondo gli riempì la gola.

Le mie dita affondavano nel suo manto scuro, potevo sentire il calore profondo che emanava, la stizza, la delusione.

Avrei voluto solo che quella faida svanisse nel nulla.

“Dimmi.”

Jared scalpitò automaticamente.

Con me lì si sentiva costretto, limitato.

Non lo avrebbe colpito.

“Devo parlare qui?”

Embry mi riportò a quel momento.

Annuii.

“Con lui?”

Beh…

“Ci sarà sempre lui.”

Vidi il ragazzo traballare.

Il lupo emise un suono strano.

Erano capaci quegli animali di ridere?

“Non puoi esserne certa.”

Strinsi gli occhi e fermai la voce.

“Voglio esserlo.”

Jared inaspettatamente mi leccò il viso e corse via.

Avevo sbagliato?

Sempre così?

Diavolo…

Ed Embry, per la miseria, Embry…

Quanta confusione tollerava il pensiero?

“Dimmi che non provi niente di strano e mi tiro indietro”

Di strano?

“Kim, pensaci! Sai quanto ti sento! Riesco a capire come stai e quando hai bisogno di me.”

“Quando ha bisogno di me intendi, vero lurido bugiardo?”

Trasalii nuovamente, voltandomi di scatto.

Dietro di me Jared si stava avvicinando lento.

Un grosso livido gli decorava cupo la spalla.

La cicatrice di due giorni fa era quasi sparita.

Piccoli segni sul polpaccio e un grosso sfregio sopra il ginocchio.

Gridai.

Gli ero già corsa incontro, pensando a cosa dicevano le dimostrazioni di pronto soccorso fatte a scuola.

“Oddio, ti fa male?”

 Mi sorrise dolcemente, senza energia.

“Un po’, ma dammi due ore e torno come nuovo.

Ora rispondi a quell’imbecille per favore.

Prima capisce come stanno le cose, meglio è per tutti.”

Rispondere a cosa?

Potevo capire…pensare…no…

“Jared…”

“Piccola, non hai ascoltato nessuno, allora guarda. Lo vedi o no?

Hai di fronte la prova di cosa dicevo.

L’ho sentito perfettamente, senza scudi, l’amico.

Quando sono uscito da casa tua…”

Un brivido mi percorse.

Portò il pollice alle mie labbra accarezzandole.

Il cuore mi inondò di colore il viso.

“…sono filato nella foresta, volevo correre, correre come solo da lupo riesco, andare al lago e buttarmici dentro.

Embry era trasformato come me, stava lì, sulla riva, e appena mi ha sentito arrivare ha cambiato faccia.

Ero ancora carico, pensavo un casino di cose, la mia mente era rumorosa, coprivo la sua.

Poi mi sono calmato, e l’ho sentito…”

I suoi pugni si tirarono, strozzando l’aria.

“…bastardo…”

Appoggiai la mano sulla sua, chiusa.

Ero stata così cieca?

“Amore non ci crede.”

Sibilò quelle parole al limite delle forze.

Troppa rabbia per quel corpo provato.

“Cosa?”

“Non crede che sia imprinting, dice che è impossibile.”

Sentivo gli occhi lustrarsi.

“Dice che vi capite troppo e che lui sa troppo bene come stai perché tu sia solo mia.

Dice che provare sentimenti del genere per te è come dimostrare che non sei il mio imprinting.

Dice che lo ricambi almeno un po’.

Stronzate…”

Mi guardò interrogativo.

“Ti giuro che quando ho visto cosa pensava, come ti vedeva…io…aahh!”

Lo abbracciai di slancio, come se potesse una ridicola ragazzina proteggerlo dalla sofferenza.

Quella di una ferita alla gamba.

Quella di uno strappo al cuore.

Provavo il suo stesso dolore.

Arrossii impotente nascondendo il viso nel suo petto.

“Devi ammetterlo, lo sai anche tu Kim.”

Embry non mollava.

Ma la voce era tremante.

“Quando siamo vicini so esattamente come devo comportarmi per farti sentire meglio.

 Quando ti ho davanti vedo che sei tranquilla, a tuo agio.

Digli che è così.”

Jared digrignò i denti.

“Se continua lo ammazzo, ti porto via e lo ammazzo.”

Strinsi le dita attorno al suo polso mentre mi voltavo.

No.

No .

Non poteva esistere nulla di diverso.

“Embry, sei un amico unico,” singhiozzai “mi hai accolto così…”

Mi si ruppe la voce.

Strofinai la manica sugli occhi e presi aria.

“…così gentile, ma…tutto qui.”

Jared mi prese la testa tra le mani girandola garbato, e baciò a lungo la mia fronte stanca.

La forza di guardare quel ragazzo lontano mi mancava.

Avevo combinato un casino coi fiocchi.

Abbandonai il mio corpo addosso a quello del mio unico amore, appoggiando la schiena al suo busto.

Lui non aspettava altro.

Mi strinse a se.

Un po’ più rilassato.

“Noi ce ne andiamo, adesso la pianterai con le idiozie.”

Embry fissava il terreno affranto.

“E’ così… è davvero così…”

Sembrava quasi parlasse da solo.

Jared gli rispose serio.

“Lei è tutto il mondo per me.

La sua vita è il centro della mia.”

Il viso mi si imporporì.

Provavo lo stesso per lui.

“Kim.”

Un altro tentativo?

Ti prego Embry, basta.

“Perdonami. Ho frainteso.”

Restai di sasso.

Era già persuaso?

La mia sparuta spiegazione gli era bastata.

Grazie mille.

“Non hai proprio frainteso…”

Le parole mi volarono via da sole.

Sentii brontolare alle mie spalle.

Qualcuno non apprezzò.

“…ti sento amico, sai come parlarmi, è tutto vero.

Ma l’amore…”

Mi bloccò con un gesto della mano.

“Capisco.”

Tentò un sorriso, nulla di convincente.

“Adesso mi eviterai?”

Sarebbe stato brutto, davvero, ma avrei capito.

“No,  Kim, ma dammi tempo, a me e a lui.”

Con un cenno del mento indicò sopra la mia testa.

Si.

Serviva aria e tempo a tutti.

“Piccola, ti porto a casa.”

Jared aveva resistito anche troppo.

Si staccò da me per guardarmi in faccia, tenendo intrecciate solo le mie dita.

Annuii rapida, ostentando una calma che non mi apparteneva.

Ovviamente arrossii.

Mi circondò le spalle col braccio e mi accarezzò la guancia, dolce e forte.

Ci allontanammo a passo veloce, nonostante la sua ferita alla gamba.

Non ne poteva più di quel luogo.

Di quell’argomento.

Guardai un secondo indietro

Vidi la schiena di Embry che se ne andava.

Solo. 


Segue Capitolo 29