White Flower - Capitolo 29 - Trucco

Categoria White Flower - FanFic • Pubblicato Domenica 11 Novembre 2012 alle ore 20:22


Già le sette.

Diavolo.

Stropicciai la faccia più volte.

Che sonno…

La casa era silenziosa. Mamma al lavoro.

Sbuffai guardandomi attorno e mi decisi a scendere dal letto.

Dirigermi verso il bagno non fu complicato come immaginavo, venne quasi naturale.

La doccia bollente mi risvegliò lo spirito.

Per il corpo…uff…

Arrivai in cucina strascicando i piedi e lasciando tracce umidicce in giro.

Caffè caffè caffè!

Non ero abituata a berlo, ma per le emergenze…

Ero già stanca e quella sera dovevo uscire.

Assolutamente.

Jared mi aveva informato ieri notte, mentre tornavamo a casa.

“Domani sera hai impegni?”

Uhu…

Fammi controllare il carnet.

Lo guardai alzando il sopracciglio, e lui scoppiò a ridere.

“Ok, ok, lo sapevo, volevo fare lo stupido.”

Riuscito.

“Senti, domani c’è un ritrovo importante per tutti, un falò giù alla spiaggia, ci deve essere il branco al completo, e tu sei dei nostri piccola.”

Gli lampeggiarono gli occhi. Fu un istante.

“Vieni vero? Ci tengo.

Ti voglio con me.”

Iniziai a sentire un gran caldo.

Sentirlo pronunciare le parole –ti voglio- mi disorientava.

“Gattina?”

Continuava a guardare la strada tenendo le mani strette sul volante, ma la testa era inclinata verso di me.

Sorrideva rilassato.

Divertito.

Da morire.

Almeno con lui in macchina non rischiavo la vita.

 “Amore siamo quasi a casa tua.

Se non vuoi invitarmi dentro è meglio che ti decidi.”

Dentro?

Con mia madre in camera?

“Si, si, verrò!”

Scoppiò in un latrato scomposto.

Per un attimo reputai quasi giusto offendermi.

Ma la sua mano fu più decisa dei miei pensieri.

Non cercò teneramente la guancia, ma mi afferrò deciso dietro la testa.

Il bacio mi elettrizzò fino alla punta delle dita.

Si scostò per parlare.

“Vai a dormire.

Ti voglio in forma domani sera, bellissima e tutta mia.”

E mi solleticò il labbro superiore con la lingua.

Diavolo…

Dimenticato.

Tutto.

Speravo fosse solo abbastanza buio.

Sentivo di poter illuminare la riserva.

 

Stavo ancora contemplando il mio ritorno a casa di ieri notte mentre entravo nel cortile della scuola.

Quasi non mi resi conto dell’arrivo in volata di Jared.

Rallentò solo un briciolo prima di travolgermi.

Restai in piedi per un soffio.

E lui mi abbracciò, forte.

Come si abbraccia un cucciolo ritrovato.

“Farò il solco a forza di andare avanti e indietro tra casa tua e qui!

O impari a essere puntuale o tardi di più!”

 “B-Buongiorno…”

Respiravo a malapena.

Per la stretta e l’imbarazzo.

Scoglio duro le effusioni in pubblico.

Passarono alcuni secondi, ma le braccia di Jared non accennavano ad allentare la presa.

Gli posai una mano sulla spalla e spinsi, lieve.

“Si piccola, scusa.

A posto.”

Mi lasciò lentamente andare, accontentandosi della mia mano.

“Ero solo preoccupato.”

Per cosa?

Mi aveva portato fino davanti alla finestra di camera mia, mi aveva spinta dentro lui stesso, mi aveva salutata solo dopo aver controllato che fosse tutto a posto.

Quindi?

Zitta, i miei occhi chiedevano per me.

“C’erano visitatori in città.

Ospiti maledetti.

Non li abbiamo sentiti, ho fatto troppo casino ieri sera per stare attento.

Hanno avuto fortuna.”

Distorse la voce in un brivido rabbioso.

“Non succederà di nuovo.”

“Jared…”

Ero sotto trenta metri d’acqua.

Aria…

Mi serve aria per la miseria!

“Cosa piccola?”

“Erano…”

Strinse il mio viso tra le mani roventi e puntò gli occhi nei miei.

“Non succederà di nuovo.

Anche se erano loro la fortuna gira, e adesso tocca a noi.”

Perché allora avevo i brividi lungo la schiena?

 

La mattina passò in un lampo.

Ero talmente assorta nelle mie paure che mi trovai davanti a casa senza preavviso, con le spalle cinte dal braccio caldo di Jared.

 “Me ne vado subito, così studi, pulisci, tua madre non ti urla addosso, e io mi godo la serata.”

Scrollai la testa per vuotarla da tutto.

“Noi ci godiamo la serata, insieme.”

Mi guardò malizioso, complice.

Appoggiò il mio zaino a terra e fece per voltarsi.

Contestai silenziosa, serrando le mie dita sulla sua mano.

“Ah, ma allora ci sei!”

Si, scusa.

La mia reazione lo rese euforico.

Gli brillavano gli occhi, e quel sorriso…

Cuore tieni duro.

“Ci stiamo prendendo gusto eh, gattina?”

Arrossii mentre gli sfioravo il sopracciglio con le dita.

E Jad mi baciò il polso, preso da quel gesto.

Serrò entrambe le mani attorno alla mia vita, le sentivo allargarsi a ventaglio sulla schiena.

Il mio corpo accumulava elettricità ad ogni contatto.

La sua carica.

La sua.

Si…

“Muoviti piccioncino. Sei il più bello per non lavorare oggi?”

Gli crollai con la testa sulla spalla.

“Ma che cavolo vecchio, un po’ di privacy!”

Come no…

“La privacy te la cerchi a casa amico.

Sei per la strada?

 E io mi faccio i fatti tuoi quanto mi pare!

Andiamo, la riscaldi stasera la piccoletta.”

Le guancie mi bruciavano.

Salutai Paul con un’occhiata più o meno cortese.

Jared mi alzò il viso premendo sotto il mento.

“Stasera non mi scappi.

Ti aspetto alla spiaggia.”

Un bacio veloce e corse via.

 

Era la quarta volta che mi cambiavo.

Avevo fatto tutto.

I compiti erano ultimati e la casa lustra da cima a fondo.

Mia madre era già stata avvisata.

Aveva bofonchiato qualcosa del tipo che se quando tornava non era tutto a posto mi sarei scordata varie uscite future, e di essere a casa per le dieci.

Le undici, corressi.

Era sabato.

Le regole valgono per tutti.

Grugnì un “Si, sto lavorando.” prima di riattaccare.

Gioii della mia piccola vittoria.

Ma coi vestiti, cavolo…

Emily.

Reinfilai la tuta e scesi di corsa.

Saltai sulla bici e pedalai incalzante fino alla casetta con la porta blu.

La salita sterrata, la curva secca, il sentiero stretto.

Era nella parte alta della riserva, la più isolata, la più bella,

Ci misi pochi minuti, e arrivai madida.

Avevo esagerato, decisamente.

Bussai mentre mi tenevo sulle ginocchia.

L’uscio si aprì alzando una leggera corrente fresca.

Piacevole.

“Kim! Tesoro! Stai bene?”

Sogghignai tra me e me.

“Si Emy…” fiatone “…è un’emergenza…”gola arida.

“Cosa succede? Kimmy, ti prego!”

Mandai giù aria e sabbia.

“Emergenza vestiti.”

Emily sbattè le palpebre un paio di volte prima di scoppiare in una risata vivace.

“Si” rispose tra i sussulti “Ho capito. Andiamo.”

Si teneva ancora la pancia quando caricammo la mia bici sul pick up di Sam.

Al volante era sciolta come l’altro giorno.

Sicurissima.

“Intanto tesoro dopo una corsa del genere dovrai rifare la doccia.

Non potevi chiamarmi?”

Ecco.

Paonazza.

“Non ho il numero.”

Di nessuno.

Nemmeno di Jared.

“Ma piccola, allora hai ragione!

Ricordami di segnartelo nel cellulare.”

Mi sbirciò affettuosa.

“Per i vestiti curioserò nell’armadio mentre ti sistemi.

Guadagneremo tempo.

Dobbiamo essere in spiaggia tra un’ora e mezzo”

Guardò l’ora sul cruscotto.

“Possiamo farcela!”

Mise la lingua tra i denti, arricciata in su, e spinse sull’acceleratore.

Arrivammo in un lampo.

Piantò il piede sul freno appena davanti al porticato.

“Vai tu!

Sistemo la bici e mi metto alla ricerca.

Su, su, muoviti!”

Le sorrisi prima di lanciarmi dentro casa.

“Sulle scale, prima porta a destra!” urlai.

Poi sparii in bagno.

Venti minuti e riuscii a fare tutto.

Doccia e capelli.

L’accappatoio gigantesco mi infagottava ancora quando sentii Emily gridare.

“Fatto tesoro! Ho trovato tutto!

Manchi solo tu!”

Corsi in camera.

Ansiosa, emozionata.

Sul letto c’erano i pantaloni neri a sigaretta, quelli eleganti.

Una maglia nera a manica lunga e una grande stola di lana sfumata dall’ocra al marrone, la stola di mia madre.

“Quella era appesa di sotto, spero non ti dispiaccia.”

No, non avrebbe detto nulla.

Era un vecchio regalo di papà.

Le scarpe che aveva scelto erano le mie ballerine dorate.

“Io adesso cerco i trucchi in bagno, siamo nei tempi perfettamente, non ti perdere.” Chiuse delicatamente la porta dietro di se.

Emily era un angelo.

Lasciai che il peso dell’accappatoio umido lo trascinasse a terra.

Afferrai a caso slip e reggiseno dal cassetto, poi mi fermai.

Un secondo.

Uno solo.

Arrossii violentemente e indossai il completo, borbottando quanto fossi sciocca.

Pantaloni.

Scarpe.

Maglia.

Hmmm.

Per la stola avrei chiesto aiuto.

Un picchiettare leggero introdusse la mia salvatrice.

“Pronta?”

Le aprii e mi lasciai guardare imbarazzata.

“Perfetta, con quello scialle sarai bellissima, ha i toni della tua pelle, e ti terrà calda.”

Il caldo quella sera non sarebbe stato un problema.

Il trucco si.

Non ero abituata.

Non lo mettevo mai.

Mi sistemai sul letto e la guardai incerta.

“Emy…”

“Poco, promesso.

A Jared piaci così, non ti cambierebbe per niente al mondo.”

Altra ondata di timidezza.

Altro soffio purpureo sulle guance.

Emily rise.

“Ok, niente phard! Chiudi gli occhi.”

Stese un velo di ombretto  nocciola perlato e contornò le ciglia con la matita nera.

Passò il mascara su tutta la lunghezza delle ciglia e picchiettò sulla mia bocca con le dita sporche di lucidalabbra.

“Stendilo.”

Strofinai le labbra e aspettai un commento.

Si allontanò incrociando le braccia al petto.

“Il caro Jad impazzirà. La sua espressione sarà la ricompensa migliore del mondo.

E ora pensiamo alla stola.”

Mi avvolse lasciando il tessuto lento.

Iniziò da dietro e la passò davanti da entrambi i lati.

Tirò leggermente, nascose le due code sulla schiena sotto il primo strato di lana e fermò tutto con uno spillone nascosto.

Aveva creato un morbido poncho elegante.

Mi cercai tra i foglietti dello specchio.

Ero io, ma più carina del solito.

La abbracciai spontanea.

“Tesoro non preoccuparti, era da tanto che non facevo nulla del genere!

Mi mancava.”

Si allontanò.

“Ora vado anche io.

Tu stai tranquilla, e non piangere, o disferai il trucco.”

Corse via buttandomi un bacio con la mano.

Eccomi sola.

Dovevo  aspettare pochi minuti prima di uscire.

Una quindicina.

Non di più.

Magari…

Posso essere utile…

Aaah, diavolo!

Presi le chiavi e uscii di casa.


Segue Capitolo 30