White Flower - Capitolo 31 - Bambina

Categoria White Flower - FanFic • Pubblicato Sabato 24 Novembre 2012 alle ore 17:25


The last girl and the last reason to make this last for as long as I could
First kiss and the first time that I felt connected to anything
The weight of water, the way you told me to look past everything I had ever learned
The final word in the final sentence you ever uttered to me was love

And I don't know where to look
My words just break and melt
Please just save me from this darkness

 

“Make This Go On Forever” Snow Patrol

 

 

“Avevo una bambola

di porcellana.

Regalo prezioso.

Memoria lontana.

 

Azzurri i suoi occhi

Ciliegia la bocca.

Credevo parlasse.

Mai cosa più sciocca.

 

Le dita sottili,

vestiti perfetti,

capelli raccolti

in due conci stretti.

 

Al mondo non c’era

oggetto più caro.

Un piccolo sogno,

un dono assai raro.

 

Avevo una bambola

di porcellana.

Ricordo dorato

d’infanzia sovrana.

 

Ma ero bambina,

bramosa e distratta.

Travolta dal gioco

infine l’ho rotta.”

 

La vecchia filastrocca della mamma ronzava in testa insistente.

Non l’avevo mai capita.

Il fuoco era lontano, ma la temperatura non diminuiva.

Ero io.

Non sentivo quasi la differenza tra la mia mano e quella di Jared.

Sentivo caldo.

Solo caldo.

Tanto tanto caldo.

Erano quelle due parole.

-Lo so.-

Oh…

Adesso lo sapevo anche io.

“Piccola, quale parte del mondo vedi?”

Allontanai il viso dal finestrino e lo guardai.

Aveva una guida fluida, sicura, mi rilassava.

E mi ero persa, lontana da lui.

Sorrisi un istante dopo il dovuto.

L’espressione di Jared vacillò.

“Vuoi andare a casa subito?”

Aveva rallentato appena, concentrato più sulla mia risposta che sulla strada.

Andare a casa e perdere tutto quel tempo con lui?

Agitai  frenetica il capo.

Scorsi tutti i suoi muscoli allentarsi.

“Ok”

Sorrise.

“Piccola deviazione.

Chudi gli occhi.”

Oddio.

Non mi piaceva perdere la possibilità di vedere.

Lo squadrai sospettosa.

“Amore un secondo.

Prometto.”

Corrugai la fronte.

“Fallo per me.”

E mi parlò con tutto il fuoco che poteva mettere nella voce.

Fregata.

Mi abbandonai contro il sedile e chiusi gli occhi.

Sentii la sua mano accarezzare la mia.

Sfiorarla piano, bruciarla per sempre.

Le mie palpebre vibrarono, ma non le aprii.

L’odore della notte riempiva l’abitacolo.

Respiravo rugiada e scintille.

Qual’era la deviazione?

Senza fretta si mosse, afferrò il gomito e mi spostò piano fino a farmi appoggiare la testa sulla sua spalla.

Mi circondò col braccio robusto, definito.

Ancora il suo odore.

Alberi nodosi, linfa verde.

Era come se ogni elemento della foresta vivesse in lui.

Le sue dita passeggiavano sulla mia cintura, fermandosi incerte sul piccolo limite di pelle lasciato tra la maglia corta e i pantaloni.

Sussultai cieca.

Decisa a rimanerlo.

Il mio viso scottava come mai era successo.

Erano sensazioni nuove, vivide, travolgenti.

Oh se lo erano!

Niente mi aveva mai mostrato colori simili dentro al buio.

Distese completamente il palmo duro contro il mio fianco, sollevando l’orlo della maglietta di qualche centimetro.

Cercai di non muovermi strizzando gli occhi.

Cominciava ad essere troppo difficile.

Mi baciò la testa.

“Manca pochissimo, non mollare.”

Se era una battuta aveva sbagliato tono.

Il colore sensuale e le graffiature della sua voce non rendevano l’idea di uno scherzo.

Sospirai contro il suo collo, confortevole, fragrante.

L’auto si fermò.

E io rimasi sola al freddo.

… “avevo una bambola…”

Ridicola filastrocca.

Allungai una mano nel mio vuoto scuro, cercandolo.

“Jared?”sussurrai.

Eppure mi riecheggiò nella mente come un grido.

Lo sportello alle mie spalle si aprì.

Un suono gutturale intrise l’aria intorno a me.

“Adoro come pronunci il mio nome.”

Mi trovai fuori, sollevata di peso, cercando un appiglio.

Recuperai le sue spalle e ritenni fossero più che sufficienti.

Avevo ancora i piedi a ciondoloni, ma andava bene.

Ok.

Ero stabile.

Una furia mi travolse.

Nessun preavviso.

Un brivido vorticoso mi attraversò dalla bocca al cuore.

Essere baciata in quel modo mentre ero abbagliata dal buio, era più emozionante che mai.

Non vederlo amplificava il contatto, mi toglieva la possibilità di immaginare cosa sarebbe successo.

E questo era tremendamente eccitante.

Eccitante…

…no…

No.

Aspetta!

Mi staccai da lui sgranando gli occhi.

“Piccola?”

Diavolo!

Ancora il timbro arrochito.

“Vuoi rovinare la sorpresa?”

Cercò di mascherare l’incertezza.

Ci riuscì.

In parte.

Quel tanto che serviva per saperlo preoccupato e obbligato a non mostrarlo.

Continuai a fissarlo, senza spaziare con lo sguardo.

“Dai piccola, chiudi gli occhi, perché ti giuro che se mi rovini la serata ti azzanno!”

Questo era il tono dello scherzo.

Risi.

… “regalo prezioso…”

Basta!

Strinsi il suo petto, aggrappata come una bambina, prima di tornare nel mio mondo scuro.

Sgambettai divertita.

Mi ero allontanata da lui poco prima…

Avevo già smarrito il perché.

Camminava nella penombra sicuro.

Jared sicuramente conosceva bene quel posto.

Eravamo all’aperto, c’era corrente fresca e pungente, con una nota umida.

Sentivo il rumore dei rami spezzati.

Gustavo l’odore dell’erba fredda calpestata.

Mi teneva forte, attaccata al suo cuore

Dal velo delle palpebre filtrò un po’ di luce.

Sembrava anche di avere più caldo.

“Metti giù i piedi gattina.”

Stesi le gambe verso il basso, lasciando che mi accarezzasse dalla coscia alla vita.

Oh…

Traballai appena si allontanò.

“Hey, stai dritta!

Se voglio vederti in faccia devo spostarmi!”

Ritrovai l’equilibrio in un attimo.

Ero stabile, di nuovo.

“Apri.”

Quello che vidi cancellò ogni capacità di giudizio.

Ameno una cinquantina di candele di ogni dimensione sparse sulle rocce, incollate con la loro stessa cera, illuminavano la piccola radura di un bagliore dorato.

C’era un’enorme coperta panna, stesa un po’ a terra e un po’ sopra la base di un grosso tronco tagliato.

Volendo avrei potuto…

…stendermici.

Era quella radura.

Era quel ceppo.

Le lacrime tremavano dentro agli occhi.

Stupido.

Emily si era raccomandata di non piangere.

“Piccola ti piace?”

Chiedimi se mi piace disegnare.

Chiedimi se mi piace la cioccolata.

Chiedimi se mi piace il giallo.

Ma questo…

Come può non piacermi?

Annuii con calma, trattenendo le gocce salate.

Dentro quel quadro Jared era pittore e soggetto.

Sorrisi, con le labbra vibranti.

“Se ti vedesse Paul!

Quel cretino ti farebbe incazzare di sicuro, ma buona parte lavoro qui l’ha fatto lui!”

Lui?

“Lui?”

“Si, abbiamo sistemato le candele oggi, dopo che ti ho lasciata a casa, poi prima, quando siamo andati via dalla spiaggia, è corso qui …”

Ma noi…

“…avevamo la macchina.”dissi.

“E lui quattro zampe motrici!”

Non capii subito.

“E’ corso qui da lupo, ha acceso tutte le candele e steso la coperta.

Ha preparato tutto, poi è tornato giù alla spiaggia.”

Paul?

Parliamo dello stesso Paul?

Ero ancora immobile a fissare quel luogo diventato magico, mentre lui si avvicinava.

“Si doveva far perdonare un po’ di cose il vecchio, ma lo ringraziamo più avanti, vero?”

Lo avevo già a un soffio dal viso.

Acconsentii silenziosa.

Mi spostò i capelli dal volto con le dita per cercare le guance da baciare.

Le avrebbe trovate paonazze.

Si fermò accanto all’orecchio, annusando l’incavo dietro al lobo.

“Mi fa impazzire il tuo profumo.

Datteri e mirra.”

Mordicchiò l’angolo della mandibola, irradiando tutto il corpo di carica febbrile.

Piano arrivò al mento e con una spinta del naso lo tirò su.

Continuava a stringere delicatamente la mia pelle tra i denti, e inspirava forte ogni volta che lo faceva.

“Voglio ricordarmelo sempre.” sospirava contro il mio viso “Sarà sempre come stasera.”

Un respiro più forte, profondo, poi mi legò il viso tra le mani e lo voltò di scatto.

Le sue labbra mi tolsero l’aria.

Erano lava incandescente su di me.

Briciole di fuoco vivo.

Frenesia contagiosa.

Ricambiai quel bacio persa, stregata.

La mia mano spalancata corse al suo volto, afferrandolo con una forza che non sapevo di avere.

La sua lingua cercava nuovi giochi per stordirmi, e io desideravo solo non impazzire per la brama di lui.

Ogni scheggia di razionalità aveva abbandonato la mia pelle troppo calda.

Cercavo un po’ di orgoglio, almeno quello.

Le gambe erano già perse.

Dio mio…

Sentii un ringhio fargli tremare il petto, salire in gola.

Le mie dita vagarono sul suo collo per accompagnarlo, per gustarne la vitalità bruciante.

Potendo avrei ringhiato anche io.

Riempì i polmoni irrigidendosi un secondo.

I suoi palmi premettero più forte sulle mie guance per qualche istante.

Sembrava cercare controllo.

Anche lui…

Mi lasciò il viso per poter passare un braccio sotto le mie natiche e alzarmi di scatto.

Stringeva, mi legava a se.

Il suo volto sul mio seno.

Non…

Si…

L’altra mano mi tratteneva testa e schiena, per spingere il bacio più a fondo, per finirmi.

Riuscivo a respirare con lui.

Col suo stesso ritmo affannato.

Dondolando si spostò indietro, verso le candele.

Tutto era rivestito dal silenzio della foresta, tranne i nostri battiti frenetici.

Il mio cuore insisteva costante sul suo viso perfetto.

Doveva sentirlo per forza!

… “un piccolo sogno…”

Si avvicinò al terreno puntando un ginocchio alla volta, poi mi spinse appena.

Trovai appoggio su un piano duro e irregolare, con una crepa larga come il mio mignolo.

Ero seduta sul ceppo.

Si allontanò cercando di staccare le labbra il più tardi possibile.

Dammi aria!

“Ferma.”

Un ordine di velluto.

Non respiravo neppure.

Lui, in ginocchio di fronte a me, poteva uccidermi con gli occhi.  

Io con le braccia dritte ai lati, le unghie piantate nel legno, attesi.

Sfilò la maglia con elegante decisione.

Mi fissò con la stoffa appallottolata nel pugno.

Sospirai appena, tirando le labbra.

I muscoli contratti, evidenti, l’oro della sua carnagione, santa miseria…

Lanciò distrattamente la maglietta dietro di se e il potere del suo comando andò in pezzi.

Lo afferrai per la nuca e lo tirai a me.

Ancora un bacio.

Ancora tizzoni che mi ustionavano il petto.

Mi posò le mani sulle ginocchia per schiuderle piano.

Non mi opposi.

Strisciò pigro tra le mie gambe, risalendo le cosce tese lento, con le dita ansiose.

La mia bocca reclamava ogni angolo del suo viso.

Con le labbra gli sfiorai il mento, il naso, la cicatrice sul sopracciglio, e piano lo accarezzai, persa, impazzita dalla smania.

Toccai la spalla disegnando le ombre dei muscoli, e la strinsi coi denti, come fosse il gesto più naturale del mondo.

Rovesciò la testa ridendo appena, con un tono basso, caldo.

La sensualità del suo corpo mi lacerava.

… “ciliegia la bocca…”

Era la mia condanna?

Al diavolo la timidezza.

L’avrei prolungata in eterno.

Improvvisamente sentii le dita calde sulla pelle della pancia.

Le stese, contornandomi i fianchi, e spostandosi ancora più indietro, sulla schiena.

Il gancetto del reggiseno oppose meno resistenza di me.

Mi fissò per un istante infinito.

“…ciao…” sussurrò prima di baciarmi dolcemente.

Dio mio cuore non mollarmi!

Le sue mani mi coprirono il seno dopo un attimo.

Mugolai sorpresa, e lui strinse appena.

Mi aggrappai alla sua schiena e vi incrociai le caviglie sopra, spingendolo verso di me.

Respirò rumoroso, tirando i muscoli del collo.

Mosse veloce la mano dal seno alla mia testa, passando sotto la maglietta.

Col palmo aperto mi afferrava e mi teneva contro le sue labbra.

La violenza del gesto mi infiammò.

Sentivo il suo desiderio montare, intrecciarsi al mio.

Lasciò passare uno spiraglio di luce tra i nostri visi, continuando a bloccarmi.

“Non hai troppa roba addosso?”

“Tipo te?”

No!

Lo dovevo solo pensare!

Non arrossii perché ero già paonazza.

Rise di cuore.

Poi tornò a guardarmi teneramente serio.

“Sei l’essere più incredibile del mondo.”

Gli accarezzai i capelli sperando che non vedesse le lacrime scendere tra le mie ciglia.

Piangere di gioia.

Tipico mio.

Tolse le braccia da sotto la maglia.

“Intendevo questo.”

E per tutta risposta la sciarpa sfumata e la mia t-shirt seguirono la sorte della pallotta grigio-azzurra abbandonata a terra.

Il reggiseno sparì in un secondo.

Bloccai il respiro.

Potrei dire che era freddo, ma sarei una pessima bugiarda.

La vergogna mi avrebbe scaldata per ore.

Iniziò a baciarmi il collo lentamente.

“Molto meglio.” sospirò.

Volevo morire.

Ma era decisamente molto meglio.

Le sue mani addosso frugavano, studiavano ogni forma, mi bruciavano al contatto.

Serrai la presa.

Il mio petto contro il suo.

La sensibilità del mio seno cercava la sua pelle, il torace perfetto.

Mi prese per i fianchi è tirò verso di se.

Le mie gambe accavallate strinsero, lo avvicinarono ancora a me, alla mia impazienza.

Attento a non sbilanciarsi mi circondò con le braccia mentre si alzava da terra e si voltava.

Piano mi stese sulla coperta morbida, mettendosi al mio fianco.

Sussultai sentendo le sue labbra sul capezzolo, le sue dita sul bottone dei pantaloni.

Potevo percepire il calore attraverso la stoffa.

Lo slacciò e abbassò la zip.

Si spostò ai miei piedi per togliermi le scarpe e poter tirare i calzoni dal fondo.

Volarono via un istante dopo.

Un altro ringhio eccitato gli sfuggì.

Mi fu addosso in un attimo, un attimo dopo quello che avrei voluto.

Stinse il mio viso per guardarmi negli occhi.

“Sei mia.”

La voce gli tremava.

Il desiderio lo stava scorticando.

Io sanguinavo da un pezzo.

Mi baciò con vigore, sgarbato, acceso alla follia.

Mi aggrappai a lui con braccia e gambe, mentre lo sentivo sbottonare i jeans.

Spostai il viso per respirare, non c’era più ossigeno in quella cavolo di foresta?

Le sue dita si insinuarono sotto la stoffa dei miei slip, dandomi una scarica elettrica mostruosa.

Mi contrassi un secondo, era troppo.

Affannato mi prese un braccio e lo spostò dalla sua schiena, appoggiandosi la mia mano sull’inguine.

Dio mio!

Incerta lo accarezzai.

Mi mossi tremante, combattuta come mai, tra vergogna e frenesia animale.

Non avrei pensato…

Io…

Strinsi piano, mentre lui mi accarezzava sempre più velocemente.

Ansimammo insieme, sentendo il piacere l’uno dell’altra.

La mia bocca lo cercava furiosa e lui con la lingua tracciava tutto il suo profilo.

Ero al limite.

Ogni momento era un’attesa lancinante.

Jared scivolò al mio fianco senza smettere di toccarmi.

Era un moto compulsivo per entrambi, il respiro era scandito dai baci.

Scalciò via le scarpe da ginnastica, tolse jeans e boxer risoluto, poi, più gentile, mi abbassò gli slip lentamente, implacabile.

La luce delle candele tremava, o forse ero io.

Tornò sopra di me, ancora baciando il mio seno, mordendolo appena.

Mi inarcai per supplicarlo.

Davvero non potevo sopportare di più.

Capì.

Lo sentii spingere piano per entrare.

Una, due, tre, quatto volte, diavolo…

Ti prego…

Poi un dolore enorme mi pervase.

Digrignai i denti in una smorfia sofferente.

Gli strinsi le braccia fino a graffiarlo.

Fermo.

Un secondo.

Uno solo…

Attese immobile un mio gesto.

Ecco…

I muscoli si rilassavano lenti, fibra per fibra, e iniziai a sentire il contatto piacevole dentro di me.

Mi mossi piano, scatenando piccole esplosioni nel mio corpo.

Un ringhio più forte.

Iniziò a premere, cauto, sui miei fianchi.

Gli calcai i piedi sulle natiche.

Se aveva ancora dubbi…

Buttò indietro la testa quasi ululando.

Fece forza sulle braccia e spinse più profondamente, più veloce, intollerabile.

Un fuoco lento iniziò a prendere vita.

Pulsante.

Intenso.

Lo sentivo diffondersi, cresceva coi suoi movimenti, con i miei respiri.

ancora…

ancora…

Ancora…

AH!

SI!

Si…

si.

La scarica di lava bruciò i miei sensi.

Distrusse tutto.

In un attimo crollò il mondo.

Niente foresta.

Niente cielo.

Niente notte.

Solo io e Jared.

Mi rilassai completamente mentre sentivo la testa girare.

Uscì da me appena lo avvertì.

Si stese al mio fianco, ancora eccitato, con lo sguardo felice.

Trassi un respiro profondo, come se i miei polmoni non avessero mai assaggiato l’aria, e lasciai fuggire due lacrimoni caldi.

Poi mi raggomitolai su un fianco, la mia testa contro la sua spalla.

Mi accarezzò tenero.

“La mia gattina con gli artigli.”

Stava sorridendo con le stelle negli occhi.

Mi sciolsi in quei laghi neri.

Poi gli guardai il braccio.

Tre piccole mezzelune rossastre.

… “infine l’ho rotta.”

Dio mio…

Cos’avevo fatto?


Segue Capitolo 32