White Flower - Capitolo 32 - Bomba

Categoria White Flower - FanFic • Pubblicato Sabato 24 Novembre 2012 alle ore 17:29


Battevo il mento contro le ginocchia.

Ero seduta sul letto con le gambe raccolte, strette dalle mie braccia.

Nel giro di quattro giorni era cambiato tutto.

Tutto!

Ed era bellissimo…e complicato.

E bellissimo.

Iniziai a dondolare avanti e indietro.

Qualcuno doveva avermi detto che era un sintomo iniziale di isteria.

Volevo e non volevo.

Avevo fatto e non dovevo.

Aspettavo quel ragazzo da una vita, ma non era una scusa sufficiente.

Mi ero comportata da emerita idiota.

Le conseguenze possibili non mi avevano neppure sfiorata, e l’istinto esultava, incosciente.

Ero stata stupida.

Una stupida in preda ai suoi ormoni.

Complimenti Kim.

Avrebbero saputo tutti.

Che vergogna.

Ormai avevo capito, da sola, che nel momento in cui i ragazzi si trasformavano la loro comunicazione passava attraverso il pensiero del branco.

Le immagini create dalla mente del singolo finivano in pasto al gruppo, senza esclusioni di sorta.

Come dire…addio privacy.

Avrebbero saputo.

Si.

Avrebbero decisamente saputo.

Era impossibile che Jared resistesse ai ricordi di ieri notte.

Alle candele…

Al profumo di verde…

Chiusi gli occhi.

E le guance reagirono rapide.

Potevo sentire ancora le sue mani correre sopra il mio corpo, le sue braccia stringermi.

E il respiro ricominciava a bruciarmi in gola.

Quanto potevo continuare in quella maniera?

Uff…

Tanto.

Troppo.

Lo sapevo.

“Kim sei sveglia?”

Che ora avevo fatto?

Ops!

“Scendo!”

La colazione della domenica mattina era sacra per mia madre.

E le dieci meno un quarto erano appena entro il tempo limite!

Misi i calzini antiscivolo e corsi di sotto.

Mentre entravo in salotto acchiappai la prima penna dal tavolino del telefono e ci arrotolai i capelli in mezzo.

Mangiare con le ciocche davanti al viso è scomodo.

Un bel the bollente.

Aiuta in ogni caso.

Mi sedetti scomposta come sempre.

Un piede sotto al sedere e l’altro a lato della sedia ciondolante.

Stavo comoda così.

Mamma ormai si era arresa.

Il suo segno di protesta si condensava negli sguardi disgustati che mi lanciava vedendomi tutta storta.

“Non ho una figlia.

Ho un ulivo.”

E ridemmo insieme, come poche volte accadeva.

Avevo appena agguantato un muffin al caffè con le gocce di cioccolata, buono, quando suonò il campanello.

Ci fissammo per un istante.

“Aspetti qualcuno?”

Col dolcetto in bocca negai con la testa, e mia madre andò alla porta.

Ma il respiro tremava.

Speravo solo di sbagliarmi.

Dovevo sbagliarmi.

Non poteva…

“Si?”

“Buongiorno signora Pecoque.”

Diavolo!

“Signor Wylok, buongiorno.”

Scese il ghiaccio.

Stinsi la tazza fumante tra i palmi per scaldare il sangue.

“Jared, signora, è sufficiente.”

“ Comunque buongiorno Jared.”

La luce era già più fioca.

Il tono della mamma più spento.

“Sono passato solo per salutare Kim, e per chiedere se oggi pomeriggio può venire alla spiaggia con noi.”

“E’ grande e non la lego. Se vuole può venire.”

Bello essere gentili con il prossimo.

Inutile sperarci con lei.

Li vedevo appena, nascosti dal breve ingresso, ma non era necessario.

Lo sguardo di mia madre doveva essere torvo e rigido, come solo lei riusciva a fare.

Era tremendo, ma le serviva per sopravvivere. Era la sua armatura contro il dolore.

Poi lui…

Jared sicuramente era lì, bello come sempre, sorridente e cordiale, pronto a darle tutte le spiegazioni del mondo pur di conquistare un permesso.

Permesso che già aveva ottenuto.

“Quindi chiedo a lei?”

No.

Non adesso.

Non voglio vederti non voglio vederti non voglio vederti.

“Buongiorno piccola.”

Ecco.

Tono basso e setoso.

Bello da stroncarmi il cuore.

Girai le spalle immediatamente, imbarazzata da morire.

Guardarlo era fuori discussione, impreparata come mi sentivo, e il mio stato…beh , pietoso lo consideravo un tiepido eufemismo.

Abbigliamento e acconciatura erano irrimediabili, ma almeno il muffin azzannato potevo appoggiarlo. Lo feci.

Presi fiato e mi impartii coraggio prima di voltarmi ancora.

Non arrivai nemmeno ad alzare gli occhi.

Mi baciò a tradimento, dolcemente.

Era respiro e pelle.

Lo gustai combattuta.

Ero arrabbiata, delusa.

Ero indecisa.

Ero…a casa mia!

Mamma!

Lo scostai sgarbata guardandomi attorno.

Scrutai ogni angolo, impazzita.

Se mi avesse vista…non lo volevo prendere neanche in considerazione.

Lui rise forte.

“E’ fuori a parlare con Emy.”

Emily?

Qui?

Jared mi fissò appoggiando i gomiti allo schienale della sedia e al tavolo, in modo da trovarsi alla mia stessa altezza col viso.

Vicino.

Molto vicino.

“Ci siamo tutti.”

Ah si?

“Perché?”

Nel mio cortile c’era il branco al completo.

Come iniziare la giornata in modo diverso.

“Noi andiamo giù a La Push adesso, volevo che venissi anche tu.”

Mi accarezzò guancia contro guancia.

Staccarsi fu penoso.

Lo guardai bene, per la prima volta da quando era entrato.

Perfetto.

Maglietta kaki e jeans chiari, morbidi.

I capelli scuri gli stavano splendidamente disordinati.

Io, una penna come fermaglio e pigiama enorme.

Ok, perso in partenza.

Abbassai lo sguardo per concentrarmi.

“Vengo dopo.” risposi senza colore.

Lui si allontanò per squadrarmi meglio.

“Ci risiamo,” il sorriso sparì “Sei arrabbiata e non mi dici niente.”

“Dopo.” Ripetei guardando il pavimento.

“E’ per ieri sera?” parlò piano “Non dovevo?”

No.

Si.

Boh.

…cavolo…

“Avevo capito che volevi.”

La voce suonò vuota.

Si sollevò lento.

“Avevo…Kim…io…”

Chiuse gli occhi e schiaffeggiò il tavolo a palmo aperto.

“Cretino.” sibilò.

E uscì senza guardarmi.

Bomba sganciata.

Ora il confronto era inevitabile.

Peccato che neppure io riuscissi a capire cosa dovevo dirgli.

Mamma finse indifferenza entrando, sicuramente aveva incrociato Jared mentre fuggiva via da qui, ma non si sbilanciò.

Emy invece si, oh, si.

Il suo sguardo preoccupato saltava da me alla porta, fermandosi solo per fissarmi interrogativa mentre aggrottava la fronte.

Continuò comunque il dialogo con mia madre, falsamente disinvolta, tranquilla.

“La ringrazio Lee Anne. E’ davvero gentile da parte sua, ma il trasporto non è un problema, abbiamo le auto parcheggiate sulla strada sopra la spiaggia”

“Va bene allora.

Per il resto non preoccuparti, mia figlia è talmente timida che se incontra delle amiche così gentili trovo sia il minimo essere disponibile con loro.”

E sorrise rilassata.

Emily le piaceva sicuramente più di Jared.

Forse anche più di me.

“Ma visto che ormai siete passati Kim può venire con voi anche ora, no?”

Si voltò a guardare per capire se mi andava.

Emy alle sue spalle gesticolava sventagliando le mani e indicando l’uscita con la testa per farmi fretta.

Fuori c’era chi scalpitava.

“Tesoro, vuoi?”

“Si…” volevo? “si, si!”

“Allora vai a cambiarti, non possono aspettare una vita solo te.”

“Su, su.” rincarò la mia amica, sulle spine più di me.

Corsi di sopra e mi cacciai sotto la doccia, attenta a non bagnare i capelli, ancora fermati con la penna a scatto.

Corri corri corri.

Arrivata in camera aprii l’armadio e sprofondai nel mio silenzio, accorgendomi di poter sentire il loro vociare di sotto.

La finestra era socchiusa.

“Vecchio aspetta ancora un attimo, vedrai che arriva. Non ti molla un secondo”

“Amico non è questo, è che come al solito non ho capito un cazzo!”

Mi bloccai.

Eppure lo sapevo, la curiosità uccise il gatto.

“E’ che con le donne non puoi mai capire, arrenditi.

Sono esseri capaci di affascinarti per cinque minuti e blaterare il resto della loro vita.”

“Non credo che Jared adesso la pensi così.”

Embry.

“Mi secca darti ragione Em, lo sai, ma ce l’hai.

Per la miseria se ce l’hai.”

“Siete due degli esseri più schifosamente melensi che abbia mai conosciuto.”

“Eh si Paul, abbiamo un bell’esempio d’imprinting, con annesso amico stupido” sospirò “e forse un po’ geloso.”

L’aria si addensò nel mezzo del mio respiro.

Sentii un colpo soffocato e una risatina.

“Molto stupido.”

Stava scherzando con Embry?

Questo era bellissimo, ma…

Lo sapevano?

Gli aveva già detto tutto?

Infilai le prime cose prese dall’armadio, controllando solo che non ci fossero righe e quadretti abbinati e corsi di sotto.

La pressione mi faceva scoppiare la testa.

Un discorso era che gli sfuggissero i pensieri, un altro era parlarne apertamente sotto la finestra di casa mia, che cavolo!

Saltavo gli scalini con un piede solo mentre infilavo gli stivaletti sopra i jeans.

Muoviti!

Arrivata in fondo ai gradini sfilai la penna e scrollai i capelli verso il basso, rialzandomi sarebbero tornati a posto.

“Kim sei pronta?”

Sbucai dalla porta quasi correndo. “Si mamma.”

Sorrisi plastica.

Emily si era già voltata per uscire.

“Buona domenica Lee Anne, ci scusi ancora per l’intrusione.”

“Grazie e altrettanto.

E tu cerca di non far tardi.

Stanotte sei rientrata in orario per un pelo.

Ti ho sentita sai.”

Lascia stare.

Non hai sentito niente.


Segue Capitolo 33