White Flower - Capitolo 35 - Tiffany

Categoria White Flower - FanFic • Pubblicato Domenica 09 Dicembre 2012 alle ore 22:56


Emily mi stringeva la mano.

Avevo sbranato la pelle attorno alle unghie.

Tre giorni.

Tre giorni senza dire nulla.

Tre giorni senza avvertire nessuno.

Dopo anni di relazione non era cambiato niente.

Per me era sufficiente il primo pomeriggio di silenzio per impazzire, ma le altre erano più razionali.

-Non è successo nulla, vedrai, come minimo stanno razziando i ristoranti locali!- diceva Rachel -Sono in Italia no? Paul non si lascerebbe sfuggire un’occasione simile neanche per me!-

Sarah semplicemente mi accarezzava la spalla dicendomi di stare tranquilla.

Il primo giorno.

Anche il secondo.

Ma le sentivo.

Avvertivo l’aria cambiare.

Le loro voci non erano più così distese, i loro gesti si stavano innervosendo.

Le maschere calme si stavano sgretolando.

Il terzo giorno esplodemmo tutte.

Persino Emily era seria e di malumore.

Fu lei a dar voce ai nostri pensieri.

-Controllo su internet e prenoto il primo volo per Firenze, non possiamo continuare così.- cercava i nostri occhi nella stanza -Quattro posti vero?-

Sarah annuì silenziosa.

Rachel rispose di si, mentre si stringeva nelle braccia, fissando fuori dalla finestra la pioggia che scendeva ignara.

Io non dissi nulla, non serviva.

Un brivido mi elettrizzò la schiena.

Avevamo tutte troppo freddo.

 

“Kim.”

Mi voltai seguendo il tono dolce e basso.

“Manca molto?”

I nostri occhi lucidi si incontrarono, comprensivi, simili.

Sarah si stava sporgendo da sopra il poggiatesta del sedile.

“Tre ore.”

Non riuscii a dire altro, il groppo saliva in gola.

“Ok” cercò aria “altre tre ore.”

Si passò la mano nei lunghi capelli ramati, sempre sciolti, scarmigliati.

Erano bellissime onde topazio che le incorniciavano il volto pallido.

Il suo viso aveva tratti marcati, ma il complesso era dolce, scaldato dai profondi occhi nocciola.

Capigliatura e carnagione tradivano le sue origini irlandesi.

Era alta e affusolata, un po’ maschiaccia, bella.

Ero felicissima che fosse l’imprinting di Embry.

Davvero vederli insieme dava un senso di serenità assoluta, ma ora…

“Quando lo prendo lo ammazzo.”borbottò Rachel.

Ridemmo nervose, ma almeno servì ad allentare l’ansia.

Rachel era davvero unica, sempre pronta a sdrammatizzare, e sempre un aiuto certo per tutti.

“Non sto scherzando! Se non sono almeno a pezzi è ingiustificabile!” asserì gesticolando “Quindi lo massacro io!”

La risata fu più limpida, ma non riusciva a suonare vivace.

“Su ragazze, su. Cosa volete mai che sia per un uomo non farsi sentire per tre giorni?

Non hanno il nostro metro temporale, ci stupiamo ancora?”

Emily.

Ci sorrise dolcemente, ma non mi ingannò.

Se avesse minimamente pensato qualcosa di simile non sarebbe mai salita su un aereo per l’Italia.

“Devo dormire.” mormorò Sarah sprofondando nel sedile.

“Col cavolo!”

“Rachel cosa…?”

“Basta musi!” esclamò.

In un attimo si fiondò al suo fianco aggredendola col solletico.

I capelli lunghi e scuri le ricaddero in grosse ciocche davanti agli occhi bruni, sempre guizzanti, curiosi.

Mordeva il labbro inferiore coi denti bianchissimi, persa in un’espressione colma di impegno.

Aveva la pelle bellissima, ambrata, e profumava sempre di legno di sandalo.

Somigliava davvero tanto a Jake, suo fratello.

Per lei stare tranquilla era difficile il doppio.

Il suo uomo e la sua famiglia.

Io ed Emy ci fissammo un secondo sbalordite di fronte al suo attacco, poi iniziammo a sghignazzare scomposte.

“No Rachel…”

Sarah non sopportava il solletico, iniziava a torcersi come un ramo nel fuoco.

“Dovrai implorare!”

Le nostre risate si alzarono di tono, le persone iniziavano a fissarci.

“Ho detto di no…”

“Dici tante cose fiammella!”

Chioma rossa tra mille nere, fiammella era il minimo.

“Rachel ho detto no!”

La spinse via.

Violenta, arrabbiata.

Il tono della sua voce era secco e sgarbato.

Si girò a fissarla, mentre le mani dell’amica si allontanavano dai suoi fianchi.

“Non mi va di ridere, scusa davvero.”

Abbassò lo sguardo prendendo la fronte a palmo aperto.

Sembrava stesse per piangere da un momento all’altro.

Se avesse iniziato…no Sarah, ti prego no…

Emily si alzò cingendole entrambe dal collo e senza lasciare la mia mano.

“Siamo tutte insieme, non crollerà nessuna.

Le ragazze lupo devono essere forti, lo sapevamo no?” sussurrò piano.

Sorrise, ma gli occhi balenavano di lacrime.

“A dire il vero no, ma siamo circondate da bestioni pelosi, possiamo fare altrimenti?”

Rachel, grazie al cielo…

 

Il volo continuò senza altri dialoghi.

Eravamo tutte troppo tese.

Troppo spaventate da quello che poteva essere successo.

L’aeroporto di Firenze era grande e caotico.

Aspettavamo le valige davanti all’affollato nastro trasportatore, e intanto macinavo soluzioni alternative alla tragedia.

Dovevano essercene.

Alzai gli occhi appena presa la valigia e ci spostammo lentamente dalla zona d’arrivo.

Un secondo di smarrimento mentre camminavamo vicine, poi trovammo le indicazioni per l’uscita.

Sarah conduceva.

Aveva viaggiato tanto, si adattava in fretta alle situazioni e ai luoghi nuovi.

“Ragazze, di qua. Emy, tieni, c’è il numero di un servizio taxi. L’albergo è il “Vecchio Arno.”.

Poi penseremo domani all’auto da noleggiare .”

Organizzata come sempre, cupa come mai.

Rachel non parlò e non rise.

Non riusciva più neppure lei.

“Si, chiamo subito. Kimmy.”

“Si?”

Mi girai all’istante.

Emily guardava dritta, con l’espressione incerta.

“Per favore, fammi il numero, ho troppe cose in mano, non riesco.”

“Si.”

Digitai rapida e le porsi il cellulare, afferrando le due sacche piene di garze, bende e medicinali che ci avevano dato Billy e Sue, la madre di Leah.

Dovevo ancora capire come avessero potuto farci imbarcare con quel bagaglio assurdo.

Aumentai il passo per arrivare al fianco di Sarah.

Feci per dirle qualcosa.

“Kim, ti prego, non consolarmi.”

“Eh?”

“Mi rendo conto che lo facciamo sempre con te, ma ora capisco quanto ti appaia ridicolo.

Se stai male stai male, quello che pensano gli altri non conta.”

Sorrisi, amaramente, ma sorrisi.

“Io sono sciocca e ansiosa.

Volevo solo dirti che sei bravissima.”

Ci isolammo un istante dal resto.

“Kim, era mai successo?”

Sapevo perfettamente cosa intendeva.

Abbassai lo sguardo.

“No,”  biascicai “negli ultimi sei anni no.”

“Ah…”

Cercai un appiglio.

“Ma sono tornati molto malconci anche dopo un unico giorno, ed erano a pochi kilometri da casa, quindi non vuol dire nulla.”

“Non è consolante, lo sai?”

Sbuffai, fingendomi molto seccata.

“Si, ma è vero!”

“Certo che è vero!”

Rachel alla carica.

Grazie.

“Quegli stupidi si sbucciano le ginocchia per aprire le lattine di birra!”

Sospirai ridendo, e Sarah mi imitò.

Il profumo di legno di sandalo ci avvolse.

Ci trovammo tra le braccia della quasi signora Wildlake in un baleno.

Le sue mani sulle spalle stringevano, forse calorose, forse impaurite.

“Ma torneranno da noi, o noi arriveremo da loro.

Non mi interessa.

Li riavremo!

E vi dico un’altra cosa! Se Paul pensa di cavarsela con un anello di fidanzamento fatto da lui se lo scorda!

Merito un Tiffany!”

“Lo meritiamo tutte!” Emy ci sorpassò in corsa “Mai un’uscita, veniamo in Italia tutte insieme, ed è per parargli le spalle.”

“Il culo sorella!” disse Rachel iniziando a correre con lei.

Sarah le seguì a ruota.

Io mi adeguai in malo modo.

“Ma perché corriamo?” gridai.

“Il taxi ci sta aspettando qui fuori, o si corre o ce lo fregano!”

“Emily, dillo subito!”

Rachel bruciò tutte, e in un attimo arrivò alle porte a vetri.

“Il numero?” strillò.

“213 D”

“Lo fermo io, mi devono ammazzare per salirci!”

E sparì fuori dall’enorme salone, sbraitando come una pazza.

La sua vitalità ci manteneva salde, intere.

In un minuto raggiungemmo il marciapiede anche noi, e la cercammo con lo sguardo.

“Qui. Quiii!”

Si stava sbracciando venti metri più avanti, mentre discuteva col tassista.

Poveretto.

Non aveva idea del viaggio che lo aspettava.


Segue Capitolo 36